SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nove consiglieri sambenedettesi rispondono alle dichiarazioni dei vertici di PicenAmbiente sulla delibera della Corte dei Conti: «La società è a controllo pubblico per statuto, il contratto a doppio oggetto non c’entra».

 

A scrivere sono Rosaria Falco, Marco Curzi, Bruno Gabrielli, Giorgio De Vecchis, Andrea Sanguigni, Flavia Mandrelli, Antimo Di Francesco, Tonino Capriotti e Maria Rita Morganti: «La cosiddetta legge Madía  statuisce che il controllo pubblico sussiste quando uno o più enti pubblici possiedono la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria della società, o dei voti sufficienti per esercitare (anche come mera possibilità) un’influenza dominante nella medesima assemblea.

 

Il Comune di San Benedetto del Tronto, essendo l’Ente in possesso della maggioranza relativa delle quote tra gli enti pubblici (Comuni) che partecipano alla società PicenAmbiente, avrebbe dovuto adeguarsi alla legge entro il 31 luglio 2017 ma la delibera consiliare n. 61 del 15 dicembre 2018, non sospesa dal Tar, é tutt’ora ineseguita.

 

La delibera delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei Conti n. 11 del 20 giugno 2019 toglie di mezzo ogni dubbio ed ogni fondamento alle motivazioni argomentate dalla PicenAmbiente e dai soci privati nelle loro impugnazioni della delibera che riconosce il controllo pubblico sulla partecipata, stabilendo che il controllo stesso deriva ipso facto dal possesso in capo ad uno o più enti pubblici della maggioranza delle quote o dei voti in cda o anche la maggioranza del capitale, a patto che la partecipazione sia necessaria per assolvere ad un servizio di interesse generale, “valutato come necessario a soddisfare i bisogni della collettività di riferimento”, aggiungendo come caso aggiuntivo ed integrativo, quello in cui il controllo deriva “anche in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali…”.

 

La delibera in oggetto stabilisce inoltre una fondamentale inversione dell’onere della prova, per cui, a fronte della maggioranza di quote o voti detenuti dagli enti pubblici, che di per sé integra il controllo, è la parte privata a dover fornire la prova che, per la presenza di patti parasociali o specifiche clausole statutarie o contrattuali, sussista un’influenza dominante del socio privato o di più soci privati.

 

La pronuncia precisa inoltre che “nel caso di società a maggioranza o integralmente pubbliche, gli enti pubblici hanno l’obbligo di attuare, e formalizzare, misure e strumenti coordinati di controllo (…) atti ad esercitare un’influenza dominante sulla società”.

 

Risulta chiaro dallo statuto, dalla composizione societaria imposta e dall’assenza di ogni patto o clausola o contratto che statuisca diversamente, che la società PicenAmbiente è sempre stata destinata a lasciare ai soci pubblici il controllo, anche considerata l’attività di pubblico interesse esercitata, a prescindere dal comportamento attuato nel corso degli anni da parte degli enti soci ed in primis dal Comune di San Benedetto del Tronto, in possesso della maggioranza relativa delle quote.

 

I vertici di PicenAmbiente, nelle loro dichiarazioni, citano il contratto di servizio stipulato tra gli enti pubblici e i soci privati a seguito di cosiddetta gara a doppio oggetto, offrendo una propria interpretazione della questione, contrastante col dato letterale: l’esistenza di tale contratto sarebbe l’indicatore di un potere di controllo attribuito ai soci privati.

 

La delibera della Corte dei Conti, alle pagine 16 e 17, é invece chiarissima sul punto: essa considera tale contratto soltanto come una delle possibili fonti di clausole fondanti l’influenza dominante del socio privato.

 

Nel caso della PiceAmbiente non si ravvisa traccia, né nello statuto, né nel contratto in questione, né in altri documenti pattizi, di statuizioni o clausole che attribuiscano, anche implicitamente, un potere di controllo ai soci privati, anzi, si ravvisa un controllo pubblico statutario rafforzato sugli stessi».

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