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Buste paga, sugli stipendi si abbatte il taglio del 7,5%: come fare a scongiurarlo?

Meno 7,5% sulle buste paga, gli stipendi diminuiscono ma i prezzi aumentano, vediamo come scongiurare questa catastrofe.

In Italia scende il potere d’acquisto dei salari a causa dell’inflazione e intanto l’Ocse dichiara che gli stipendi si svaluteranno ancora. Secondo l’attuale governo il salario minimo non serve, ma in Italia c’è un grande problema con gli stipendi ed è ancora più evidente con l’inflazione più alta di sempre.

Taglio del 7,5% sugli stipendi – Adriatico24ore.it

L’Ocse nel report annuale del 2023 ha confermato il calo dei salari reali, con un dato, quello italiano, che si conferma tra i peggiori d’Europa, un record di cui non andare fieri. Il taglio del cuneo fiscale non basta per tenere alto il potere d’acquisto degli stipendi.

Il problema è ovviamente alla fonte, perché le aziende dovrebbero aumentare gli stipendi, e sarebbe giusto metterle nelle condizioni di farlo. Questa misura dovrebbe riguardare gli stipendi sotto una certa somma, ovvero 2.692 euro.

Tra l’altro le misure già adottate dovranno essere riviste e modificate, come quella del taglio del cuneo fiscale. Questo perché è difficile avere ogni anno 10 miliardi a disposizione per tagliare le tasse. Tant’è vero che per il 2024 ci sono grossi dubbi sul fatto che si possa addottare ancora il cuneo. 

Taglio agli stipendi, 7,5% in meno in busta paga: il problema dell’Italia

Dunque in Italia è evidente che c’è un problema riguardante gli stipendi. Lo conferma il report dell’Ocse, che analizza il rapporto tra il salario monetario e il livello dei prezzi. A causa dell’inflazione del 2022 i salari reali risultavano del 7% inferiori all’anno precedente, e nel 2023 del 7,5%. Questo significa che lo stipendio ha un potere d’acquisto inferiore del 7,5%, e nei prossimi anni non sono previsti miglioramenti.

Taglio sugli stipendi del 7,5% causa inflazione-Adriatico24ore.it

Se parliamo invece di salario minimo, in Italia dal 1990 al 2020, risulta diminuito in media del 3%, considerando invece che altri paesi come Francia e Germani registrano un aumento del 30%. Si può confermare quindi che le aziende pagano caro il costo dell’inflazione, così come i lavoratori.

L’Italia però, se vuole puntare sulla contrattazione collettiva, deve trovare un modo per renderla più vigorosa, potenziarla. Ci sarebbe bisogno di un meccanismo che rinnova gli stipendi prima di quanto accade ora, ossia ogni tre anni. In Europa, in paesi come Germania e Francia, il rinnovo dei salari in base al costo della vita avviene con molta più frequenza. 

L’economista Ocse Andrea Garnero al Corriere della Sera ha dichiarato che la soluzione sarebbe trovare un modo equo per suddividere gli oneri dell’inflazione tra tutte le componenti, ed è importante che tutti ne escano perdenti per dividere in modo pari l’aumento dei prezzi generato dall’aumento delle materie prime.